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binario.

Cado come un lenzuolo, la luce sul frigorifero, l’erba simula una primavera. Appaiono molte tracce, la mia faccia è un calco intermittente.

La nausea irrisolta e la luce carezza tutta la lontananza dai segni nonostante l’evidenza della forma.

Mi lascio dormire il petto e la fame. Un cuscino sulla bocca del binario.

il posto

la vigna secca non cede. i suoi riccioli acuti  mangiano il vuoto.

muscoli rarefatti e fibra tempia, la bellezza è un sintomo.

qui nei tracciati c’è poco spazio, la via è stretta

cavalco la terra che mi resta, parassita come l’edera senza riguardo.

la fame fa figli disperati e vividi, il loro gioco è un canto.

spalmo il mio seme senza vizio e non ho paura.

Fallire.

Le cose che si accumulano non piangono con noi. Piovono invece i bivi, l’auto senza fanali nella nebbia in qualche stagione. Andare con se’ stessi è una palude, è un cerchio fermo e inflessibile. Stamane ho appoggiato l’odore della mia testa su di un tavolino, nel salotto di mia madre, e mi sono vista. In quel momento il tempo si è messo a correre, a perdifiato, nel mio cuore, la solitudine sgorgava come il sangue dalle bestie morte, senza remore.
E’ necessario essere buoni amici con l’odore della propria testa.
E’ necessario seguire le strade battute.
Non andare a caccia.
Eppure il cuore dice il contrario.

interview about poetry

http://leisurespotblog.blogspot.it/2015/03/interview-with-laura-fortin.html

Cicli.

Cadono grossi uccelli alle spalle dei capelli fradici. Misericordia di giardino curato, pulizia di vene, occhi aperti.
Scolo il tempo nella luce, lascio evidenze forsennate, rincorro cavalli storpiati.
E’ tutto qui questo non riso, questa presenza poco continua eppure boato, fiocchi di rami nella stagione meno accaduta.
E’ tutto un caso, un rovescio ingegno a demolire il mattino, a demolire lo stato.
La bellezza è uno schiaffo. io sono la mia mano sinistra, la mia educazione ammalata.
Mi riempio di cicli e di circoli, nel vuoto, io che sono radice nelle costole.

Accado.

Queste sono corsie distinte, liquidi insapori, freddo incostante. Avvitarsi per sopravvivere, sposare una attesa e farci dei figli, monchi. Questo è uno spazio pulito che non ha pelle, non ha capelli, non ha odore.
E’ una memoria senza meta, senza orgoglio, integra.
Il mio cuore pulsa come l’accento di una lingua che non mi possiede.
Smettere di dire per crescere segno, lavarsi via per divenire presenza.
La fame è nel mio letto. giovane puttana, non sa di andarsene.
Vigilo sulle stanze vuote, senza sonno.

la luce.

fissare lo sguardo che cola sul corpo è l’immobile sfida al vuoto.
una lentezza plastica, posa assenza, carezza.
ginocchia , mezzi busti, imposte senza testa poggiate con dolcezza su un divano di velluto.
l’oblio è la cerimonia della carne.
oppio giovane sul cuore, respiro fervido.
a tratti le pieghe delle labbra, come quelle delle gonne, increspate appena, poggiate, morbide promesse, nessun ricordo.
la luce ruba tutto, con dolcezza, senza domani.

l’energia.

hai visto le mie mani scomparire nella tua bocca? dicevano: qui! ora! non un attimo ancora passi a due nella stanza, ma liquidi univoci, universi solidi, luna presente.
ho acceso tutte le luci, spalancato le imposte, l’inverno è ancora, ma di spalle appena accostato.
l’energia dei ferri delle occasioni ha ferrato il mio sterno. la figura è mossa per sempre.
tutto l’immobile è nella nostra protezione, noi che siamo una vigilia eppure forse anche una festa.
lasciare che abbia la dimensione di uno scatto questo andare, lasciare il riverbero bucare le palpebre, che serva a qualcosa tutta questa luce.
le cose che cadono e le cose rubate. la strada, la casa. difesa, fiducia.
senza paura non esiste bellezza.

la bocca.

non solo le cuoia. non solo l’orologio dietro le porte sbarrate, il respiro correva anche sulle perline che infilavo per me, sulla faccia di acquerello stresa sul foglio troppo leggero e la mano roca.
il mio corpo poco, nero e bianco, muto.
di quel posto ricordo il parco cauto, le luci sempre accese, i bagni sbagliati.
la mia vicina di letto aveva fiori personali.
io avevo molto tempo, uno spazzolino e molti fazzoletti di carta.
forse mia madre pensava dovessi piangere.
la gara di ping pong fu tremenda. non avevano pietà. erano guerrieri. era tutto un fatto personale. gli altri si preoccupavano. io non avevo fame. avevo molto caffè solubile, molto yogurt, molte sigarette.
ero un disegno. due sole dimensioni, parallele.
quel non dolore era un lunghissimo respiro, un asse teso sul moto, una roccia illesa.
poi le insegne, le strade, i corpi.
nella mia testa la materia ha pregato per la mia bocca. io ho fame.

il corpo.

cadere è uno stile. non tutti sono capaci a rotolarsi nell’evidenza spacciandola. non tutti hanno una pistola pronta, lì dietro l’occasione, a seconda di come traspare il cielo.
circa le previsioni del tempo, il temporale è una testa allagata. o a volte, una sintassi esatta e tante piume di struzzo. la chimica ci rende più utili, l’amore ci rende più adatti, l’esperienza ci rende più forti.
eppure la testa e il cuore sono scissi, il pensiero è una strada strappata, un gioco di adulti stuprati, svergognati, nudi.
la zona di conforto non è nè il cuore nè il pensiero.
e’ il tozzo tocco di carne che siamo, il plauso alla nostra abitudine.
come gli alberi, siamo cerchi.
il corpo è una litania.