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Il caso.

figlia maggiore del caso

tenuta insieme da uno sputo

orrore tiepido al risveglio

cotone in gola

non basta una guerra alla strada

alle evidenze naturali, al controllo

a scolare il ventre da una occupazione stabile

la verità è un giaciglio di fortuna

la bocca fertile

il caso nuovo.

il corpo

la vena scalcia e sudore crolla tra le ciocche

il pianto dell’estate sui corpi mostrati

molte inesattezze accarezzate con una storia

corpi riprodotti, corpi difformi

la carne che chiama, la carne che duole

le vergogne private svestite nel sostizio

seni gonfi e privi di seme

le crepe lucide sul rosa delle gambe scoperte

spazio molle occupato nella dimensione qualunque.

saremo una cosa sola sola con il nulla che rimane

e non avremo pace

perché siamo soli con la nostra poca presenza.

 

 

 

 

 

 

le gocce

per chiedere perdono ai grumi

devo smettere il ricordo

con la bocca gusto il piombo di ossa scariche
mi riconosco nei miei fratelli abortiti
è cosa buona una tregua
non è una salute sono organi esperti
sono adatti al bilico allo scivolo alla riproduzione.
in questa quieta piega mi spando
diretta come uno spacco di sole
nella trasmissioni disturbate delle sere troppo umide
da pensarci troppo.

tela 1

l’edera cullata dal buco nell’indice

ha tollerato strette di lacci fermi

ha calcato la parola nella caduta delle frane
non una goccia ancora nemmeno stasera
un canto che dica che non è mai partito il caso
che non è mai stata una colpa
la solitudine delle vicinanze tenere come farfalle
nate morte vissute vive estati spaiate
quindi chiamo il tuo canto
le tue ossa infestanti vuote di pelle
il rumore dei tuoi nervi limpidi
un ricordo o spazio, così pulito
il corpo è un ingorgo di segni
il coito dell’innocenza brutale.
sopravvivono i segni alle ossa lise
per mangiare il nostro sonno fedele, calmo.

la chimica

scendere o salire la ruota è un canto.

una emissione di suoni come spilli dalle arterie

questa chimica sterrata che acchiappa il vero e lo divora

si chiede senza modi uno specchio

stillicidio di pellicine dalla scatola cranica

un segno impaziente per tracciare una sedazione

non bella, non precisa, non corretta, ma buona.

come a dire non sei sola

 

 

d’inverno

le spalline di Grace Jones

i cani stilizzati sui muri

l’assenza di Ghirri

l’inverno è il moto da questo corpo

di una vergogna di peccati da piangere piano

nessun tocco i corpi apparecchiati

e la pelle cancellata e bianca.

rigare dritto negli spazi più alti nella colata del gelo

staccarsi senza pensiero a passo avido

sfocare le ossessioni

restare elemento nel blu elettrico di panno dentro il fumo,

avere tepore.

 

 

il caso personale

essere stati cosa o poco oppure vuoto
le fasi nominali non ci somigliano mai

noi non siamo  insieme mai

l’abitudine è somiglianza

oppure quelle strade a senso unico.

 

Estirpare dalle pareti del modo lo specchio

confondersi, scomparire

la realtà non è un caso personale.

 

 

 

 

 

 

parentesi

cellule seriali tenute insieme da una garza

il raduno della forma a scatti, il rosso nella bocca

numerosi allagamenti, il corso necessario delle nuvole quando il tempo basta

la corsa degli insetti dietro il comodino a voce alta non è una scusa

le stagioni sempre e quella garza, quella pancia deforme, la vita un plastico di cera

senza protezioni senza lacrime senza parentesi.

la fine dell’estate

tieni da conto le mani per quando piove. tieni da conto la bocca per quando c’è il sole. risvegliata la sete, tornerà a stendersi la neve su tutti quei stormi appesi sui muri. stormi di carta, voci di colore, carne mossa, controluce, dai vetri distratti delle cose comuni.

ciascuno rapito le funi per grattarsi la schiena contro le nuvole,

teniamole da conto nel mattino fiacco, gelido torrente nel senso del restare, riposti i bagagli, condotta una abitudine.

prendi nota di me, non più lavagna ma lavanda, stelo temprato.

ti dedico me leggera. i miei volti al guinzaglio. e tutti i colori lavati, dai corpi, nei corpi.

vetta.

ogni volta la vetta non significa.

vetta è passato veloce e casa feroce.

una macchina di pieghe seriali numeri perpetui nelle stagioni. la fascia no.

i tacchi per sfiancare la crosta di quelli abbisogno, di strappi dalle ciglia alla gola, chimica strenua e puntuale di delicati segni che facciano voltare il capo ai compiti eseguiti nella loro sporta magrezza.

l’osceno è quello che resta delle nostre fasce, dire che è tutto vero questo che no, non è risolto, no, non è compiuto, no, non è lo stesso.

guizzare nella solitudine troppo stretta, più in là.